Disturbo ossessivo compulsivo

Il disturbo ossessivo compulsivo (D.O.C.) è un disturbo d'ansia caratterizzato dalla presenza di ossessioni e compulsioni. La ricerca epidemiologica evidenzia come ne soffra circa il 2% della popolazione adulta e come sia frequente riscontrarlo anche tra i bambini e gli adolescenti. In assenza di trattamento il decorso del disturbo tende ad essere cronico.

Le ossessioni

Le ossessioni sono dei pensieri, dei timori o delle preoccupazioni che segnalano un pericolo dal quale è necessario proteggersi, qualcosa di grave che potrebbe accadere se non facessimo attenzione. Descritta in questi termini, l'ossessione sembrerebbe qualcosa di cui tutti abbiamo esperienza: è abbastanza comune temere di sporcarsi maneggiando una pattumiera o aver paura di sbagliare qualcosa a lavoro.

Tuttavia, ciò che differenzia le ossessioni dalle normali preoccupazioni quotidiane consiste nel fatto che le ossessioni sono idee, pensieri, impulsi o immagini persistenti che vengono alla mente in modo ripetitivo e si impongono contro la nostra volontà, sono intrusive e hanno il potere di causare ansia o forti stati di angoscia. I contenuti delle ossessioni sono piuttosto vari e non sempre hanno un senso per chi ne fa esperienza. A titolo esemplificativo, possiamo prendere in considerazione i tre tipi di ossessione più frequenti: le ossessioni di contaminazione, di errore e di aggressività.

  • Ossessioni di contaminazione: implicano la preoccupazione o disgusto per i rifiuti o le secrezioni del corpo, per lo sporco, per i germi, per contaminanti ambientali, animali ecc. L'ossessione può attivarsi in svariati modi, anche attraverso una semplice stretta di mano: stringiamo  la mano a qualcuno e compare l'impressione angosciante che questa possa averci sporcato. A questa impressione può seguire una sensazione di disagio alla mano e l'idea di non poter toccare più nulla per evitare di contaminare altro (o altri) attraverso il contatto. Proviamo a pulirci le mani, ma non basta: continuiamo a percepire la nostra mano sporca e potenzialmente contaminante. La stretta di mano è comunque solo un esempio: il pericolo di contaminazione potrebbe infatti assalirci ricevendo gente a casa (che usa il nostro bagno, cammina sui tappeti o si siede sulle nostre poltrone, ecc) come anche essere associato all'idea, seppur bizzarra, che il contatto con qualcosa di sporco possa provocarci malattie potenzialmente mortali.
  • Ossessioni di errore: un esempio classico di questo tipo di ossessioni ha a che fare con tutta una serie di gesti automatici che quotidianamente compiamo, ad esempio, prima di uscire di casa. Una volta fuori dalla nostra abitazione, possiamo essere assaliti dal dubbio di non aver chiuso il gas, o di aver lasciato i rubinetti dell'acqua aperti o di non aver chiuso la porta a chiave. Col trascorrere del tempo il dubbio si fa sempre più insistente e può comparire la sensazione angosciosa relativa al pericolo di incendio, di allagamento o di furto cui potremmo andare incontro se non torniamo a controllare. In altri casi le ossessioni di errore possono investire la sfera lavorativa per cui, ogni piccolo errore, potrebbe causare la compromissione della nostra reputazione o della nostra azienda o, peggio ancora, la perdita del nostro lavoro. Con queste premesse, il lavoro viene vissuto attraverso un continuo stato di tensione: possiamo controllare e ricontrollare più volte il nostro operato, senza per altro riuscire a sentirci sicuri al 100%. Esempi di questo tipo potrebbero continuare molto a lungo tuttavia, ciò che accomuna l'esperienza di questo genere di ossessioni, al di la dello specifico ambito in cui si manifestano, è il dubbio (un pensiero che assedia, che fa star male e che può infastidire anche per ore) e lo scenario mentale della catastrofe imminente.
  • Ossessioni di aggressività: sono preoccupazioni relative all'idea di poter far male a sé o agli altri, pronunciare oscenità o insulti, rubare oggetti ecc. Quella di provare aggressività è un'esperienza comune a tutte le persone, come è anche comune che tale aggressività possa esprimersi attraverso pensieri o immagini, talvolta anche molto violente, contro qualcuno. Esperienze di questo tipo possono non essere date per scontate e innescare un processo per cui possiamo credere che, se siamo in grado di pensarlo, allora siamo anche in grado di farlo! Facciamo un esempio: una bambina fa i capricci ed esaspera sua madre combinandone di tutti i colori. La madre, esausta, arriva a pensare (o immaginare) di strangolarla per farla smettere. In quel preciso istante la madre è invasa dal terrore: "come ho potuto pensare una cosa del genere?". Successivamente l'idea di poter far del male alla propria figlia si fa angosciante e può trasformarsi in un'ossessione.

Altri contenuti ossessivi possono avere sfondo sessuale (pensieri, immagini o impulsi sessuali proibiti o perversi; pensieri di pedofilia o incesto od omosessualità ecc.) oppure religioso (preoccupazioni rispetto a sacrilegi o peccati di blasfemia; eccessiva moralità ecc.). A volte il fulcro dell'ossessività è il proprio corpo (preoccupazioni per le malattie; eccessiva preoccupazione per alcune parti del corpo o per l’aspetto ecc.), altre volte può essere la simmetria (calpestare un pezzo di carta con il piede sinistro può indurre il bisogno di calpestarne un altro con il piede destro, o di tornare indietro e pestarlo nuovamente), ecc.

Al di là dei contenuti specifici, una delle caratteristiche che tende ad accomunare le diverse varianti del disturbo è rappresentata dal dubbio, un dubbio che innesca il bisogno di risposte rassicuranti. Il dubbio viene alimentato, in genere, o dalla mancanza di fiducia nella propria capacità di ricordare gli eventi (una spiacevole sensazione simile al "non sapere di sapere qualcosa”), oppure dalla scarsa tolleranza all’incertezza relativa all'ambito della propria ossessione, un'incertezza spesso ritenuta molto più sgradevole del verificarsi reale dell’evento temuto. Il dubbio e la scarsa tolleranza all’incertezza sono strettamente connessi e portano all’elaborazione di strategie (pensieri o azioni rituali) volti a neutralizzare il dubbio stesso.

L'ansia scaturita dalle ossessioni è un'ansia di fondo, è dolorosa, frustrante, può durare anche molto a lungo e, a volte, tende a ripercuotersi sull'umore. Chi soffre di un disturbo ossessivo compulsivo generalmente reagisce alle ossessioni tentando di ignorarle, di sopprimerle e di neutralizzarle con altri pensieri o azioni: le compulsioni.

Le compulsioni

"Compulsione" deriva dal latino "compulsare" che significa "costringere". Le compulsioni sono, infatti, dei comportamenti volontari che ci sentiamo costretti a mettere in atto in risposta alle ossessioni al fine di alleviare lo stato di angoscia o di prevenire gli eventi e le situazioni che temiamo. Sono comportamenti spesso non connessi in modo realistico con ciò che dovrebbero neutralizzare o prevenire e, in genere, sono considerati chiaramente eccessivi anche da chi deve eseguirli. Tali comportamenti sono ripetitivi e seguono regole precise che vanno applicate rigidamente. In linguaggio tecnico le compulsioni sono dette anche “rituali” o “cerimoniali”.  Mentre il termine di "compulsione" sottolinea il senso di costrizione provato nell'eseguire tali comportamenti, il termine "rituale" mette in evidenza l'identicità dell'atto compiuto ripetutamente.

Di fronte ad una particolare situazione, il rituale sarà sempre lo stesso e verrà eseguito sempre allo stesso modo. Questa sorta di stereotipia rende più facile tenere a mente le diverse fasi del rituale e, allo stesso tempo, seguire una pianificazione interiore nella quale poter essere "sicuri" di non dimenticare niente. La ripetizione, invece, non ha una sua logica, se non quella di farci sentire più calmi alla fine della reiterazione. Ad esempio: in risposta ad un'ossessione di contaminazione potremmo sentirci costretti a lavarci le mani diverse volte (cinque, dieci o molte di più), oppure, per sentirci sicuri di aver chiuso la porta di casa prima di uscire (ossessioni di errore) potremmo ricontrollarla più e più volte. Il numero di ripetizioni tenderà a stabilizzarsi nel tempo e corrisponde al tempo necessario per provare sollievo (tempistica che tende ad aumentare in condizioni di stress).

Riassumendo, il rapporto tra ossessioni e compulsioni può essere definita sulla base della loro relazione con l’ansia e lo stress: mentre le ossessioni producono stati di ansia e di stress, le compulsioni sono azioni (mentali o comportamentali) eseguite nel tentativo di attenuare tali stati. Non esistono compulsioni senza ossessioni, esistono tuttavia ossessioni senza compulsioni (ossessioni pure). Quando riesce a ridurre l'ansia, la compulsione da un sollievo temporaneo e svolge la funzione di mitigare l'ossessione fino a quando questa non compare nuovamente. A sua volta, l’impegno profuso in questi tentativi di neutralizzazione produce una maggiore tendenza a emettere azioni compulsive, una difficoltà maggiormente elevata nell’interromperle e un disagio più acuto. Al contrario, se ci troviamo nell'impossibilità di compiere i nostri rituali o non siamo in grado di evitare la situazione che temiamo, allora l''ansia diventa insopportabile.

Come accennato precedentemente, le compulsioni possono avere un legame più o meno diretto con i timori che dovrebbero neutralizzare. Le compulsioni di lavaggio e di pulizia sono, ad esempio, la risposta tipica alle ossessioni di contaminazione. In questo caso ci sentiremo costretti a compiere lavaggi ripetuti e ritualizzati delle mani, o dei denti, della casa, ecc. Le compulsioni di controllo, a loro volta, costituiscono la risposta tipica alle ossessioni di errore e spingono chi ne soffre a controllare più e più volte di aver compiuto determinate azioni e di non aver commesso degli sbagli. Esistono poi rituali ripetuti (ad esempio riscrivere o rileggere qualcosa; la necessità di ripetere attività di routine come entrare e uscire da una porta, sedersi e alzarsi da una sedia ecc.); compulsioni relative al contare; compulsioni di accumulo (di posta, di vecchi giornali, di rifiuti, di oggetti inutili), ecc.

Gli evitamenti

In certe situazioni, la sofferenza generata dal disturbo ossessivo compulsivo è tale che diventa preferibile evitare le situazioni in grado di scatenare le ossessioni (e di dover compiere tutti i rituali necessari a neutralizzarne gli effetti). L'evitamento è un mezzo abbastanza efficace per lottare contro i rituali, ma interferisce pesantemente con lo svolgimento delle attività quotidiane. Gli evitamenti sono in genere maggiori nelle ossessioni di contaminazione e di aggressività piuttosto che nelle ossessioni di errore. Chi soffre di ossessioni di contaminazione può proteggersi le mani indossando dei guanti, evitare di prendere i mezzi pubblici (treni, autobus, metro, ecc.), o sentirsi incapace di tornare a casa per paura di contaminarla. Chi soffre di ossessioni di errore può chiedere, al contrario, alla moglie - dopo essere usciti insieme di casa - di tornare a cercare qualcosa in modo che sia lei ad aver chiuso, per ultima, la porta a chiave, oppure (a seconda del contenuto della sua ossessione) potrebbe affermare che non ha voglia di guidare per evitare di confrontarsi con la paura di investire qualcuno per errore.

Quanto maggiore sarà la tendenza all'evitamento, quanto più il disturbo diventerà limitante. Evitando, facciamo esperienza della nostra incapacità ad affrontare e a gestire le situazioni quotidiane e questo, a lungo andare, non solo tende a rinforzare e a mantenere il disturbo, ma facilita anche  l'emergere di stati depressivi.


Fattori predisponenti

Grazie all’esperienza clinica, è possibile individuare alcuni fattori che, se da un lato predispongono allo sviluppo di un disturbo ossessivo compulsivo, dall’altro possono favorirne il mantenimento. Un primo fattore caratteristico consiste nella tendenza a sovradimensionare il concetto di responsabilità. Possiamo sentirci responsabili nel prevenire o nel determinare effetti dannosi nel mondo reale o morale: in tal caso, il fatto di non riuscire a prevenire eventuali danni, per omissione, incapacità o impossibilità, può essere considerato alla stregua di una colpa personale oggettiva. Ed è proprio il senso di colpa l'emozione alla quale sembra essere più sensibile chi soffre di un disturbo ossessivo compulsivo. Allo stesso tempo, possiamo credere di poter controllare il nostro pensiero spontaneo e sentirci così responsabili anche di ciò che pensiamo. Ciò può comportare un monitoraggio frequente dei nostri pensieri (o delle immagini mentali) alla ricerca di eventuali contenuti indesiderati con l'obbligo di allontanarli. Come se, la semplice presenza o formulazione di un pensiero, dovesse obbligatoriamente avere delle implicazioni sul piano reale.

Altri fattori predisponenti riguardano invece le aspettative sul pericolo che implicano una sovrastima sistematica della probabilità di certe evenienze pericolose, della loro gravità e delle conseguenze che comportano. Questo atteggiamento tende ad influenzare il senso di sicurezza: a fronte di una scarsa fiducia nelle proprie capacità, si manifesta la necessità di raggiungere una certezza del 100% per far fronte a situazioni nuove, incerte o ambigue. Da qui, la tendenza al perfezionismo, nella convinzione che possa esistere una “soluzione perfetta” per ogni problema e che soluzioni “imperfette” possano avere conseguenze disastrose.

 La terapia del disturbo ossessivo compulsivo

Sebbene in passato il disturbo ossessivo compulsivo fosse considerato molto difficile da curare, oggi la conoscenza e la comprensione dei meccanismi attraverso i quali il disturbo si struttura e si autoalimenta, unitamente allo sviluppo di tecniche e strategie terapeutiche ad hoc, rendono la prognosi molto più positiva. Il trattamento in genere mira all'estinzione della sintomatologia attraverso la ristrutturazione della percezione della realtà del paziente: il cambiamento della percezione e della reazione nei confronti della realtà permette al paziente di acquisirne gradualmente la capacità gestionale. Venuto meno l'equilibrio patogeno basato sul disturbo, la terapia mira alla construzione di un nuovo equilibrio attraverso lo sviluppo ed il rafforzamento della consapevolezza nel paziente delle proprie risorse.

 

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